Nel cuore del giardino botanico di una città universitaria tedesca (è Marburg ma non viene mai esplicitato) si erge in mezzo ad altre piante un maestoso albero di ginkgo biloba, testimone silenzioso per quasi un secolo e mezzo dell’ambiente intorno a sé. In questo spazio dedicato alla conoscenza si stratificano e intrecciano le esperienze lontane eppure vicine di tre diverse generazioni di studiosi.
Nel 2020, Tony, un neuroscienziato di Hong Kong (Tony Leung) che studia la mente dei bambini traducendo in spettri digitali dai colori rutilanti la loro attività cerebrale, si ritrova bloccato nel campus durante il primo lockdown, ma grazie alla connessione con la studiosa francese Alice (Léa Seydoux) mette in atto una derivazione importante della propria ricerca, e sviluppa una confidenza e un progetto di studi intorno all’albero.
Nel 1908, all’ombra di quello stesso ginkgo, Grete (Luna Wedler), la prima allieva ammessa a quella stessa università trova uno spazio di libertà e scopre un modo inatteso di guardare alle piante, attraverso l’obiettivo della fotografia, trovandone ritmi e strutture che rivelano schemi che trascendono il loro aspetto banale, umile, e con lo stesso dispositivo scoprirà qualcosa anche di sé stessa.
Nel 1972, Gundula (Marlene Burow), una giovane studentessa alle prese con una ricerca pionieristica sulle reazioni delle piante alle interazioni, converte alla scienza uno scettico e timido studente di lettere, Hannes (Enzo Brumm), il cui atteggiamento nei confronti del mondo vegetale viene profondamente cambiato dal semplice atto di osservare e creare una connessione con il geranio oggetto dello studio, ospite di riguardo nella casa che condividono, un legame surrogato di quello che tra loro sembra evitato, rinviato o perduto irrimediabilmente.
Ildikó Enyedi, dopo l’impasse di Storia di mia moglie, torna in splendida forma con una prova di grandissima intelligenza, un progetto che ha in cantiere da 12 anni, dove non c’è nulla di astruso da capire, a dispetto dei dettagli scientifici e colti che permeano ciascuno dei tre segmenti temporali che compongono il film. Un film che non è plot driven, non ha una trama tradizionale, non una sola, ma ne ha tre che si smarriscono dolcemente tra le radici e tra le foglie di una pianta, un film plant driven.
Il ginkgo, che con la sua solenne presenza e il colore ineguagliabile che assume durante l’autunno è la star di migliaia di giardini al mondo, è considerato un fossile vivente, ed è studiato dai botanici per moltissime delle caratteristiche che lo rendono una specie inconfondibile, con uno dei genomi più articolati sulla terra; ma solo alcune di queste trovano spazio nel discorso di Enyedi e dei suoi personaggi. Sicuramente quelle macroscopiche, quella che si studiano in biologia al liceo, e si dimenticano rapidamente: il ginko è una pianta gimnosperma, anemofila e dioica, tre parolone per dire che i semi non sono protetti da frutto, che l’impollinazione avviene grazie al vento e, soprattutto, che esistono piante maschio e piante femmina, spesso isolate, e che appunto solo attraverso il vento entrano in relazione.