George Fahmy è il più grande attore d’Egitto, il faraone dello schermo, veste indumenti di seta, ha una casa lussuosa, una ex moglie che lo detesta parcheggiata in un appartamento popolare, un figlio che lo tollera e un’amante molto più giovane. È all’apice della carriera, il pubblico lo adora, il suo volto tappezza la città, e per questo viene scelto per interpretare il Presidente Abdel Fattah al-Sissi in un film che ne celebra l’ascesa politica, La volontà del popolo.
Più cinico che impegnato, vorrebbe rinunciare ma la sua partecipazione viene ampiamente caldeggiata da un oscuro rappresentante del regime, che si presenta come produttore del film ma si intuisce esserlo anche del regime stesso, burattinaio, cigarette smoking man, quadro dei servizi segreti. Vestire i panni, e talvolta anche la divisa, del Presidente è un ottimo modo per evitare che il figlio possa incorrere in un malaugurato incidente d’auto e il contratto prevede anche una lettera di suicidio, non si sa mai.
Sospeso tra satira e (lasca) traiettoria da spy story, è un racconto inscritto nella cifra dell’ambiguità. A partire dall’innesco narrativo: è la celebrità dell’attore che lo condanna a essere scelto per la parte, ineluttabile convergenza di eccezionalità (il più famoso per il più potente, un faraone per un altro faraone), anche se lui è alto, betulloso, nasuto e pieno di capelli quanto l’altro è basso, rotondo e calvo.
Anche l’attacco frontale al regime, che questa volta viene chiamato per nome e cognome con l’iperbole del biopic, esonda (e un po’ scivola) tutto intorno ad al-Sissi, possibile vittima di un contro-potere marcio quanto (ma non più di) lui, alimentato dall’annientamento della democrazia, degenerazione della dittatura, come ogni contro-golpe.
(cineforum.it)